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In Italia non cambia mai niente. Il crac della Nazionale di Ventura e Tavecchio, esclusa dal Mondiale 2018, è solo l’ennesimo segnale della lunga e immarcescibile deriva verso la quale è stato trascinato il calcio italiano da quanti dovrebbero piuttosto averne a cuore le sorti. A ogni crac annunciato seguono gli immancabili fiumi di parole, in carenza di decisioni davvero rifondatorie. Le riforme sono rinviate sine die senza un ragionevole perché, salvo il mantenimento dell’inadeguato status quo che fa comodo a pochi a scapito della moltitudine degli appassionati. In Italia non cambia mai niente,  lo ribadiamo. Illuminante sotto questo profilo un articolo pubblicato da  Calciopress il 25 giugno 2014, all’indomani dell’ennesima Caporetto degli Azzurri (nella fattispecie l’ingloriosa uscita dal Mondiale in Brasile, seguita comunque dalle pronte dimissioni del ct Prandelli e dell’allora presidente federale Abete). Sono trascorsi tre anni e mezzo. Nel mese di agosto di quell’anno Tavecchio fu eletto presidente della Figc. C’è stato tutto il tempo per rovesciare il tavolo. E invece? Cosa è stato fatto? Ci siamo forse persi qualcosa? (Sergio Mutolo).

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Nazionale crac e il ruolo dei vivai

Nel dicembre 2013 si svolse  a Coverciano un incontro tra il coordinatore delle Nazionali giovanili Arrigo Sacchi e i tecnici delle squadre Primavera e Allievi delle società di Serie A e B.

Il focus era  illustrare il percorso che la Federazione stava cercando di portare avanti per i vivai  e suggerire  il modello di sviluppo necessario per far crescere nel migliore dei modi i giovani calciatori italiani. L’obiettivo finale cercare di avvicinarsi  a quanto molte altre nazioni  stanno facendo.

La Caporetto annunciata della Nazionale di Prandelli al Mondiale in Brasile  rende i contenuti di questo meeting altamente significativi, soprattutto alla luce del ruolo che assumeranno i vivai nel processo di rifondazione del sistema dopo le dimissioni del ct e del presidente della Figc Abete.

Senza contare il deludente  “non-calcio” giocato dagli Azzurri, incapaci di produrre azioni un minimo coinvolgenti e di avvicinarsi alle porte avversarie (come conferma la sola vittoria, quella con l’Inghilterra alla gara di esordio a Manaus, nelle ultime dieci partite ufficiali giocate). Senza tirare non si vince perché non si segna, avrebbe detto il saggio Boskov.

Spiegò  Sacchi: “Bisogna concentrarsi sempre più su un tipo di calcio totale, dove tutti gli 11 uomini in campo sono chiamati ad essere protagonisti sia in fase di attacco che in fase di difesa. Negli ultimi anni tutte le squadre che hanno vinto la Champions League hanno adottato questo tipo di calcio, dove i giocatori sanno fare tutto. Se non ci adattiamo, rischiamo di restare indietro. Noi abbiamo l’obbligo di creare giocatori, la nostra opera è quella di formatori tecnici, ma anche etici”.

“Dobbiamo insegnare a vincere con merito, il modo in cui si vince deve essere più importante della vittoria stessa. Programmazione e cooperazione tra federazioni e club sono molto sviluppati all’estero, anche noi dobbiamo cercare di percorrere questa strada. Ci confrontiamo con realtà molto ben organizzate. I giovani rappresentano il futuro e noi a volte non l’abbiamo ben chiaro. In Spagna si investe dal 5 al 10 per cento del fatturato nei giovani, in Italia molto meno”, concluse  il coordinatore delle giovanili.

Una lezione da tenere a mente se vogliamo davvero riprenderci il futuro.

Sergio Mutolo  – www.calciopress.net

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