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Riconfermato alla guida della Lega di Serie C, Gabriele Gravina è chiamato a vincere la sua sfida. O meglio è condannato a farlo considerata la volontà, più volte reiterata, di rifondare la terza serie nazionale.  Con le dimissioni di Carlo Tavecchio, e l’aria nuova che dovrebbe cominciare a spirare in Figc, non ci sono più alibi per la Lega di Firenze e per il suo capo.

La situazione non è più tollerabile. L’esclusione del Modena, il caos in cui è stato precipitato il girone B, la pioggia delle penalizzazioni in arrivo, il numero crescente di club in difficoltà, i tanti cambi societari che si vanno delineando in pieno corso di campionato sono solo alcuni dei segnali di allarme rosso per un categoria da troppi lustri in preda a una crisi senza freni.

La sopravvivenza della terza serie nel calcio professionistico italiano passa attraverso ineludibili scelte di sostenibilità e di solvibilità che non possono più prescindere dal taglio drastico dei club iscritti. Una decisione incautamente rimandata di anno in anno, fino a portare la categoria sull’orlo del baratro.

Viviamo schiacciati in un presente frettoloso e immemore, che ci appiattisce nella mediocrità. Ma Gravina, da uomo di cultura qual è, sa bene che si deve andare a pescare nel passato per proiettare nel futuro una serie C che possiede gli anticorpi per tornare ai fasti vissuti in anni ormai troppo lontani.

Il filo rosso della memoria, troppo spesso colpevolmente messa nel dimenticatoio, dovrebbe (dovrà) essere la guida del pacchetto di riforme che cambieranno il volto a questa travagliata categoria.

Con poche e semplici mosse suggerite dal passato, vagliate secondo le esigenze del presente e proiettate verso un futuro sostenibile, la Serie C potrà radicarsi nel territorio e tornare a essere un pilastro del sistema calcistico italiano.

Non è più tempo di parole, ma solo di fatti. L’importante è non ripetere gli errori che si sono susseguiti in modo incalzante. Presto, che è tardi.

Sergio Mutolo –  www.calciopress.net

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