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Il fatto è che la gran parte degli umani è rimasta intrappolata nel vischioso pantano del presente. Gli anni scivolano via senza che (quasi) nessuno si ponga più il problema del dopo, di come sarà il futuro prossimo nel breve periodo. Vale a dire fra venti anni, non tra mille.

Ci si limita a strascicarsi, stancamente, attraverso un oggi mai così mediocre solo per tutelare i propri stantii interessi. Senza alcuna visione di sistema.Costa poca fatica continuare a zappare angusti orticelli. Chi, davvero, sente il bisogno di complicarsi l’esistenza? Nella vita dominano egoismo e autoreferenzialismo.

Perché affannarsi a tutelare chi verrà dopo, se è così vantaggioso a prescindere lasciare le cose come stanno? Quanti in cuor loro si chiedono, alla fine del 2017, se sia proprio necessario arrestare la deriva del calcio (una metafora della vita, secondo Sartre) per garantirne la sopravvivenza da qui a venti anni? O se non sia meglio, piuttosto, cogliere gli ultimi frutti di un sistema bacato dove circolano così tanti soldi e così facili (“Calcio in malora, la lezione di Beha“)? E poi chi s’è visto s’è visto?

Manca un’idea prospettica di come potrebbe essere rivoltato questo sport bellissimo che da sempre cattura l’amore degli italiani, solo per garantirgli un futuro sostenibile nell’arco dei prossimi venti anni. Ci si limita al minimo sindacale, in materia di decisioni e di riforme.

Il ruolo di chi, oggi, si assume l’impegno e l’onere di tracciare quello che sarà il domani del calcio di terza serie è cruciale. L’idea che a questi livelli le cose debbano continuare ad andare così e che non si possa cambiare niente di niente è un virus letale, che va combattuto con ogni mezzo.

Siamo certi che Gabriele Gravina, uomo di calcio ma anche di cultura, capirà benissimo questo concetto.  Il presidente della Lega di Firenze si è detto più volte preoccupato per il futuro della categoria che dirige e ha, a più riprese, manifestato l’intenzione di realizzare un cambiamento epocale.

La sfida coraggiosamente lanciata da Gravina è la nostra sfida. Quella di chi, amando il calcio in modo viscerale, lo considera anche un traino sociale al quale non si può (non si deve) rinunciare senza combattere.

“La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere.
A mano a mano che lo sport 
si è fatto industria, è andato perdendo
la bellezza
che nasce dall’allegria di giocare per giocare” 
(Splendori e Miserie del gioco del calcio, Eduardo Galeano)

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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