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Il presidente della Lega Serie C Gabriele Gravina, cui afferiscono la bellezza di 57 club iscritti (scesi a 56 dopo l’esclusione del Modena e che si ridurranno a 55 dopo quella ormai annunciata del Vicenza), si trova a fare i conti con una crisi che ricalca in modo pedissequo quelle già tristemente vissute nei lustri trascorsi.

In terza serie nazionale prevale il dogma di richiamarsi al rispetto alle regole come unico appiglio alla sostenibilità di una categoria ormai da tempo immemorabile alla canna del gas. Chi sbaglia paga e viene espulso dal sistema calcio, anche a campionato in corso.

Tutto bene, sul piano teorico. Il fatto è che in Serie C le società, le squadre e le città che esse rappresentano sono canne al vento in balia di chi decide di mettersi alla barra di comando. Peccato che si tratti di navicelle che, il più delle volte, fanno acqua da tutte le parti. Non si fa in tempo a chiudere una falla, che se ne apre una nuova.

Eppure chi si avventura in questo tipo di impegni dovrebbe sapere dove si va a cacciare, perché l’azienda-calcio è tutto fuorché un’azienda normale. A maggior ragione questo vale per la derelitta terza serie nazionale, categoria totalmente sprovvista dei sussidi e delle iniezioni di liquidità su cui possono ancora contare le categorie superiori. Parliamo dei famigerati diritti tv, ovviamente, che permettono alle società di serie A e di serie B di rimanere a galla.

Non c’è, dalle parti della C, una visibilità mediatica in grado di impedire a personaggi opachi di appropriarsi delle maglie che rappresentano un’intera città senza possedere le necessarie prerogative finanziarie e, tantomeno, le minime qualità etiche. Tutto si svolge sotto traccia. E così i club continuano a fallire con regolarità svizzera.

Né potrebbe essere diversamente stanti i carenti presupposti economici e la costante elusione delle regole che spesso hanno un carattere meramente formale e sono facilmente aggirabili, come dimostrano i recenti casi del Modena e del Vicenza.

La sopravvivenza dei club è in sostanza affidata alle capacità di autofinanziamento del patron di turno. Tutto, dunque, resta pericolosamente affidato alla buona sorte. All’avvio di ogni stagione agonistica non rimane, ai poveri tifosi, che sussurrare tra sé e sé “io speriamo che me la cavo”.

Se le regole relative ai requisiti finanziari e alle caratteristiche degli impianti fossero state applicate in maniera davvero rigorosa, quante delle 57 società iscritte al campionato in corso sarebbero state ammesse a partecipare? L’abbiamo detto e lo ripetiamo, qualcuno salvi la Serie C che sta affondando.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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