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Olivero Beha è morto a Roma il 13 maggio 2017. È stato tante cose. Giornalista, scrittore, saggista, poeta, conduttore televisivo, conduttore radiofonico e molto altro ancora. Ci ha lasciato, oltre a tutto il resto, una preziosa eredità. Un libro dal titolo “Mio nipote nella giungla. Tutto ciò che lo attende (nel caso fosse onesto)”.

Un vero e proprio manuale di sopravvivenza scritto in funzione dell’adorato nipotino, e non solo. La narrazione del mondo che lo aspetta, osservato con gli occhi di un nonno sempre all’erta sui temi più caldi. L’opera messa a sigillo di una vita vissuta pericolosamente, da giornalista controcorrente e da scrittore appassionato.

Soprattutto è stato, come ogni innamorato di questo sport bellissimo, un osservatore critico delle cose calcistiche. Non tutti hanno condiviso le sue opinioni, anche per i toni sopra le righe con cui sovente le manifestava.

Ci ha regalato però un’ultima riflessione sul mondo pallonaro “triste solitario y final” che stiamo vivendo oggi, comparsa l’8 maggio 2017 sulla sua pagina Facebook, che sintetizza  la regressione di un mondo pallonaro che sembra aver toccato il punto più basso della sua storia.

Il calcio italiano è una landa opaca in cui competenze, sentimenti, emozioni, denaro, denaro, denaro finiscono in un buco nero in cui è difficile distinguere qualunque cosa. Mediaticamente non si ha nessun interesse a fare operazioni di trasparenza”.

In poche righe è detto tutto. La desolante deriva dello sport nazionale per eccellenza e il disincanto dei tifosi che stanno per abbandonare la nave.

A quanti saranno chiamati a rimettere in piedi il disastrato mondo pallonaro italiano, chiediamo passione e trasparenza. Due requisiti fondamentali per riportare al centro di un sistema avariato i tifosi. I soli che possono rimettere in piedi il calcio grazie al sostegno etico che, da sempre, li contrassegna.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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