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Era destino che accadesse. Il sistema calcio gestito dai soliti noti, che si scambiano di continuo ruoli e poltrone, dopo una allarmante sequenza di scricchiolii sta venendo giù come un castello di carte.

È stato scritto da Isabella Brega nel lontano 2010 (rivista Touring, TCI) che da troppo tempo “le nostre città cariche di storia e di monumenti appaiono snervate, cieche di futuro, esauste di entusiasmi e desideri, di speranza e ottimismo. Chiunque di noi abbia viaggiato fuori dai confini italici, per diporto o per lavoro, è tornato a casa (nella maggior parte dei casi) con le stesse impressioni”.

Se come sosteneva Sartre il calcio è una metafora della vita, sarà dunque il caso di fare alcune riflessioni sull’orribile periodo che sta vivendo in Italia lo sport più bello del mondo. Quello che, tra alti e bassi, domina la scena sportiva nazionale da una vita. Il panorama che si prospetta, a stagione appena iniziata, è davvero desolante e quasi funereo.

La serie A si è trasformata in un assurdo caravanserraglio, popolato da una fauna umana che trova difficile riscontro nella lunga e nobile storia di questo sport. Tra gossip dilagante, trasmissioni urlate e pay per view a dettare i ritmi è rimasto ben poco di godibile. Un pugno di squadre traccia linee guida che stanno portando allo sbando uno sport tanto bello da non sembrare vero, da sempre polo di attrazione delle masse.

La serie B, dopo anni trascorsi ad arrampicarsi sugli specchi, è stata trascinata alla deriva da una serie C ormai in preda a un’inguaribile crisi di nervi.

In terza serie tutto accade in un contesto di sostanziale disinteresse, che penalizza gli oltre cinque milioni di appassionati della categoria e consente ogni tipo di misfatto. Il calcio della Lega Pro è un calcio precario in quanto non identitario. Il numero abnorme dei club iscritti (59) non favorisce soluzioni sostenibili, condivise e condivisibili.

Il mondo pallonaro italiano è snervato, cieco di futuro, esausto di entusiasmi e di desideri, di speranza e di ottimismo. Nessuna soluzione sarà praticabile senza un vero slancio etico.

In carenza di un soprassalto di cultura calcistica, del quale non si vede traccia all’orizzonte, la gran parte dei tifosi potrebbero volgere il cuore altrove. Resisteranno solo gli ultimi dei Mohicani a tutelare uno sport per sua natura generatore di sogni e socialità. E sarà l’inizio della fine.  

 “Il calcio non è il cuore della cultura, ma è cultura popolare, interclassista, condivisa. Non ci sono solo gli ultrà. Ci sono persone di ogni età che hanno voglia e sereno bisogno di divertirsi. Per questo il calcio è cultura, coltiva sogni e socialità” (Stefano Benni).

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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