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Sergio Mutolo

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Non si riesce più a cavare un ragno dal buco. I numeri sono impietosi. La classifica inchioda la Viterbese all’ultimo posto. Le prestazioni sul campo sono tutte da dimenticare. Il fallimento di alcuni giocatori, almeno nelle prime sei giornate di campionato, è palpabile. Lo smarrimento dei tifosi fa tutt’uno con lo sbandamento di una squadra che è l’ombra di quella dello scorso anno. Per ora non si intravede luce in fondo al tunnel. Cosa sta succedendo in casa gialloblù?

La sosta infinita. La questione non può essere cancellata con un tratto di penna, secondo noi. Nessuno ne vuole più sentir parlare. Si argomenta che questa cosa faccia parte di un passato da dimenticare, ma non è così. Nell’hic et nunc (qui e ora) convergono passato, presente e futuro. Ciò che accade in questo preciso momento è il risultato di vicende già avvenute, che stanno avvenendo e che continueranno ad avvenire (salvo provvidenziali sterzate). L’infinita sosta da impegni ufficiali protrattasi per quasi tre mesi (dal 12 agosto con la Sampdoria al 3 novembre con il Rieti), e non per due come si continua a sostenere, ha fatto si che i giocatori della Viterbese siano andati in burn out. In buona sostanza, sono scoppiati. Lo conferma la paura con cui scendono in campo atleti navigati e giovani talenti, tutti accomunati dall’incapacità di reagire ad avversari e situazioni del tutto abbordabili. Se non si ammette questo, l’analisi del problema è oggettivamente incompleta.

Lo staff tecnico. La Viterbese di quest’anno è partita molto per tempo. La rosa è stata smantellata e ricostruita con la massima calma, anche se i direttori sportivi si sono accavallati e le scelte finali ne hanno risentito. La gestione del lungo stop non è stata evidentemente impeccabile. Al momento l’esito è fallimentare. Sei partite e cinque sconfitte contro avversari non impossibili. Un solo punto conquistato. Un cambio immediato della guida tecnica. All’interno dello staff tecnico, nelle sue diverse componenti, sarà bene che ciascuno si assuma  i propri livelli di responsabilità. Nel calcio si vince e si perde tutti insieme. Davanti a un fallimento tanto clamoroso quanto inaspettato, bisogna tenere ben presente questo assioma. Diversamente, non si uscirà tanto presto da questo garbuglio.

La squadra. I giocatori hanno colpe enormi, perché parliamo di professionisti (alcuni con un palmarés che fa ritenere improbabile se non impossibile un crollo psico-fisico di questa entità). È di tutta evidenza che gli elementi che fanno parte della rosa non hanno la stessa determinazione (la stessa “fame”) di quelli che formavano il gruppo dello scorso anno. La perdita di atleti di grande spessore anche umano, come Iannarilli e Celiento, ha lasciato strascichi pesanti. L’arrivo di giocatori dal grande curriculum non serve a un bel niente, se il talento non viene messo al servizio del gruppo e ci si limita a trotterellare in campo.

La società. Anche la società non sembra del tutto esente da critiche. Le singole scelte sono state prese dalla proprietà, come accade da sei anni a questa parte. Ci riferiamo alla girandola dei direttori sportivi, allo smantellamento della rosa (che attualmente conta 27 elementi di cui solo 9 confermati) e al lungo stop intrapreso per scommettere sul ticket con l’Entella (che alla fine si è trasformato in un boomerang). Sono circostanze sulle quali occorre serenamente meditare per venire fuori, tutti insieme, dal buco nero in cui la Viterbese sembra precipitata.

La “mala suerte. Diceva un mio amico che nella vita ci vuole fortuna anche per fare un uovo fritto. Finora la sorte non è stata benevola con la Viterbese. Alzi la mano chi avrebbe immaginato il flop di giocatori come Saraniti, Polidori, Pacilli, Bovo e compagnia cantando? Oppure il cedimento psico-fisico di uno come Baldassin, colonna portante del centrocampo lo scorso anno? O, infine, gli svarioni  e le amnesie di gente come Sini e Rinaldi che continuano a farsi infilare come polli da giocatori improbabili che tirano fuori il coniglio dal cilindro solo contro la Viterbese (si pensi alla rete segnata di testa del piccoletto Taurino nell’ultima gara con la Vibonese) certificando lo scadimento tecnico di una difesa che era il pezzo forte della squadra lo scorso anno.

Che fare? Le possibilità, al momento, sono risicate. La rosa è questa e tale rimarrà, almeno fino a gennaio. I giocatori, nella loro inconcludenza e nel loro spaesamento, sono questi. L’allenatore, nelle interviste del dopo gara, si mostra arreso di fronte a una situazione che dall’esterno sembra ingestibile. E però la scelta del modulo è criptica, l’impiego dei giocatori non sempre condivisibile, i cambi spesso arzigogolati. Se ne esce solo restando compatti e analizzando retroattivamente la situazione che si è venuta a creare. A ciascuno va dato il suo, nel bene e nel male, in un’equa suddivisione e assunzione di responsabilità. Si deve tornare a fare gruppo, perché il gruppo sembra davvero sfaldato. Occorre anche sperare, a prescindere dalle soluzioni pratiche che saranno trovate dalla società, che il vento torni a girare dal nostro verso. Perché, senza il contributo fondamentale della buena suerte, il cammino potrebbe diventare davvero impervio.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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