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Sergio Mutolo

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  La terza serie nazionale ormai da lustri è lasciata andare alla deriva. Pensavamo di averle viste tutte. Gli addetti ai lavori si illudevano che il fondo del barile fosse stato già raschiato. Le cose, purtroppo, non stanno in questi termini. In C al peggio non c’è mai fine.

    Ieri a Cuneo si è permesso che un club professionistico italiano, il Pro Piacenza, scendesse in campo con una squadra da comiche finali per giocare una gara ufficiale di campionato. L’esito di questa partita kafkiana, giocata fino all’ultimo minuto di recupero, è andato oltre ogni umana immaginazione. Lo stratosferico risultato finale è stato di 20-0. Roba che non si vede nemmeno nelle partite tra scapoli e ammogliati.

    Le riflessioni potrebbero essere infinite e, anche, ripetitive. Ci limitiamo a qualche pensiero minimale. Il calcio di Serie C si è avvitato su se stesso da ormai troppo tempo, per pensare che si possa venir fuori rapidamente dal pastrocchio in cui è stato trasformato. Il sistema ha finito per imboccare una strada che lo ha portato sull’orlo del precipizio, nella indifferenza delle istituzioni preposte al controllo del delirante sistema calcio italiano.

    A nulla sono valsi gli ammonimenti, liquidati come profezie sinistre della Cassandra di turno. Si è scelto di fare come le tre scimmiette (“io non vedo, io non parlo, io non sento”). Parola d’ordine, tirare dritti verso l’inevitabile deriva.

    Anche adesso che (quasi) tutti i nodi sono venuti al pettine nessuno ha l’onestà professionale e il coraggio di assumersi la responsabilità di questo sfascio. Non i vertici federali e quelli delle Leghe, incollati a poltrone che sembrano ballano nel vuoto. Non i club sani e solvibili, che si sono sottomessi al ruolo di comprimari se non di meri spettatori. Non i media, distratti da una attenzione spasmodica verso gli squallidi gossip della Serie A e sordi alle questioni di fondo. Non i tifosi, che hanno scelto la via del disincanto e della diserzione senza svolgere alcuna azione di pungolo. Domina l’indifferenza, il peggiore di tutti i mali come scriveva Antonio Gramsci.

    In questo deserto culturale la Serie C, anello più debole della catena, sta pagando pegno fino in fondo. I tifosi, delusi e disincantati, non sanno più a che santo votarsi. Eppure, in quanto architrave di tutto il sistema, meriterebbero almeno un po’ di rispetto.

     Il calcio in C naviga a vista. È una barca con le vele rotte e senza un nocchiero capace di prendere il comando delle operazioni. Non ha orizzonti verso i quali veleggiare. Procede per forza d’inerzia, come una boccia che rotola stancamente su se stessa. Per chi detiene le leve del potere l’importante sembra solo andare avanti, accada quel che accada. Far finta di essere sani, come cantava Giorgio Gaber.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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