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Sergio Mutolo

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La Viterbese, uscita con le ossa rotte dalla gara interna con il Rende, mercoledì 1 maggio (appena sette giorni prima della partita di ritorno per la finale di Coppa con il Monza), sarà costretta a scendere in campo a Catanzaro. A proposito del tour de force al quale è stata condannata da un calendario folle siamo ricorsi, non a caso, a un termine metaforico. Cavalcata selvaggia ci è parso una definizione calzante per inquadrare il case history della “banda Calabro”.

“Non si uccidono così anche i cavalli?” (They shoot horses, don’t they?) è un film drammatico del 1969, diretto da Sydney Pollack, interpretato da Jane Fonda e Gig Young (al quale fu assegnato il premio Oscar come migliore attore non protagonista). Stati Uniti. Profondo Sud. Anni Trenta. Piena depressione. Al centro una maratona di ballo che è metafora della vita. Un gruppo di disperati cerca di guadagnare qualche soldo partecipando a una gara che, sotto l’apparenza gioiosa, nella realtà si trasforma in un gioco al massacro.

Una sorta di paradigma della stagione alla quale è stata condannata la Viterbese, con i dovuti distinguo e le giuste distanze. L’opaca governance della Lega Pro di Firenze ha spinto la società a scelte, più o meno condivisibili, che si sono poi rivoltate come un boomerang contro la squadra e i suoi tifosi. Ha trasformato quella che doveva essere una cavalcata gioiosa in una massacrante corsa a perdifiato.

L’esito del campionato ne è uscito compromesso già in partenza. È lapalissiano che non si può stare fermi ai box per mesi, confidando sul fatto che tutto ciò avvenga senza conseguenze. Ne ha fatto le spese anche l’amalgama con i tifosi e con l’ambiente. Proiettati verso una stagione da urlo dalle straordinarie prestazioni nella Tim Cup, contro Ascoli e Sampdoria, a un certo punto hanno perso il filo. Un capitale, certo immateriale, fatto evaporare nel nulla. Una situazione paradossale, che rimanda alle storie del miglior Tafazzi.

La Coppa Italia, ultima spiaggia per riscattare una stagione nata male, è stata gestita in modo forse troppo ondivago. A dieci giorni dalla decisiva finale di ritorno al Rocchi, con il Monza, l’ambiente esce disintegrato dalle dichiarazioni della proprietà. Non giova, va detto, la carenza di comunicazione mediatica. Né il lasciarsi andare, con regolarità svizzera, alle trite minacce di mollare tutto.

Per concludere l’amara cronistoria di un’annata vissuta pericolosamente, ma che rischia di chiudersi anche peggio, al Rocchi sarà presente per consegnare la Coppa Italia il presidente della Lega Pro Antonio Ghirelli. Un segno del destino. Un cerchio che si chiude. Se la Coppa sarà alzata dal Monza, l’equivalente del colpo di pistola che si spara per finire il cavallo stramazzato a terra dopo averlo massacrato.

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