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La ragione per la quale in Serie C le partite continuano a essere spalmate su più giorni e giocate in orari impossibili per chi lavora, rimane uno dei tanti misteri gloriosi del declinante mondo pallonaro italiano.

Al tifoso medio della terza serie nazionale viene di fatto impedito di assistere alla partita dal vivo, come sarebbe sacrosanto, semplicemente per l’impossibilità di organizzarsi. Non ci dimentichiamo che il tifoso è l’utente finale del prodotto calcio, oltre che il pilastro su cui si regge il sistema.

L’intrinseco punto di forza della serie C di una volta era proprio quello di far giocare tutti i club la domenica alla stessa ora, salvo i posticipi televisivi (numericamente esigui rispetto alla massa complessiva delle partite). È quanto avviene stabilmente nella League One inglese, omologa alla nostra terza serie, ma di tutt’altro livello in quanto a radicamento sociale e partecipazione di pubblico.

Nell’opaco panorama del pianeta calcio italiano giocare la domenica era una carta vincente che però è stata malamente sprecata. Si è scelto di farlo sostituendo al rito domenicale l’improbabile e indigeribile spezzatino che ci viene settimanalmente propinato, i cui obiettivi non potranno mai essere condivisibili considerati i danni catastrofici che ne sono derivati. 

La confermano degli errori commessi viene dagli stadi mediamente semivuoti della terza serie nazionale. Lo spettacolo televisivo propinato è di conseguenza grigio e mediocre, salvo in poche partite di cartelle e quando si giocano playoff. Il calcio, invece, è uno spettacolo. Ma senza pubblico, che razza di spettacolo è?

Intestardirsi nello scimmiottare il calcio business della serie A non ha tutelato gli interessi dei cento campanili che rappresentano, da sempre, il calcio di Lega Pro. È questo che vuol dire avere a cuore la centralità dei tifosi?

La Serie C, espressione della più sana provincia italiana, non può continuare a trasformare il tifoso da stadio in teleutente da salotto. Se la gente non tornerà a riempire gli stadi della terza serie, non si riuscirà a costruire alcun duraturo radicamento nel territorio. L’unico sbocco per la sopravvivenza, nel tempo, del calcio di serie C

“Una volta alla settimana il tifoso fugge dalla sua casa e va allo stadio. Quando la partita si conclude il sole se ne va e se ne va anche il tifoso. Scende l’ombra sullo stadio che si svuota. Il tifoso si allontana, si sparpaglia, si perde, e la domenica è malinconica come un mercoledì delle ceneri dopo la morte del carnevale” (Eduardo Galeano, ‘Splendori e miserie del gioco del calcio‘).

Sergio Mutolo

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