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Sergio Mutolo

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Nessuno, dalle parti di Viterbo, dubitava minimamente sul fatto che l’estate sarebbe scivolata via liscia come l’olio. Come supporre che, al termine della stagione che aveva consentito di alzare al Rocchi la Coppa Italia, la Viterbese sarebbe potuta finire con un piede nella fossa?

I tifosi coltivavano una sola, granitica certezza. Le maglie gialloblù, con la coccarda tricolore in bella mostra sul petto, avrebbero continuato a macinare chilometri su e giù per l’Italia. Avrebbero tenuto alto, ovunque e comunque, il nome della città e della Tuscia.

Le cose hanno preso, invece, la peggiore delle pieghe possibili. Il fatto è che il patron Piero Camilli, insensibile alle molteplici e spontanee manifestazioni di sostegno giunte da ogni parte, sembra deciso a staccare la spina. Fino a prova contraria, fin qui non pervenuta, stante il silenzio mediatico che avvolge le cose societarie.

Si vocifera che la Viterbese sarà messa in vendita. Si, ma a chi? Sarà la proprietà oppure il sindaco Giovanni Arena a farsi carico di trovare un acquirente purchessia? Fatto sta che certe affermazioni rilasciate dalla proprietà fanno comunque molto male, soprattutto se pronunciate a poco più di quindici giorni dalla scadenza per il deposito della domanda di ammissione al campionato.

Accade così che le maglie gialloblù, per l’ennesima volta, potrebbero essere mestamente esposte su una bancarella di periferia. Dove i compratori latitano, mentre invece proliferano malfattori di ogni specie che si aggirano con fare losco.

Niente di nuovo sotto il sole. L’esperienza insegna che intercorre una distanza siderale tra il tifare per una squadra e esserne il proprietario >>> “Viterbese, le magnifiche sorti e progressive”. Due percorsi destinati a divaricarsi, anche se in modi e in tempi variabili. A queste latitudini la “grande storia del club” è lastricata di abbandoni, sprofondi, fallimenti, discese ardite e risalite.  

Il tifoso, eterno Peter Pan, spera ogni volta che questa sia la volta buona. Che il presidente di turno lo prenda per mano e lo accompagni, in volo, fino all’isola che non c’è. Ma Neverland è solo un sogno, un artefatto letterario. Pur nella consapevolezza che il corso del destino non si può fermare, il risveglio è sempre traumatico.

Chi mette il suo cuore nelle mani di un club come la Viterbese, sa bene in quale labirinto si va a cacciare. Ha la piena consapevolezza di imboccare un percorso intriso di sofferenza. Che però, in questo come in molti altri casi, è solo l’altra faccia dell’amore.

Sergio Mutolo

 

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