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In Italia il calcio, come pure la politica di cui è considerato una metafora, da un pezzo ha perso ogni slancio. Non è un sistema proiettato verso il futuro, bensì intrappolato nella sterile gestione di un eterno e obsoleto presente.

Il mondo pallonaro italiano sembra biecamente teso  a preservare lo status quo. Si punta a tutelare gli interessi dei pochi, a scapito di quelli dei molti. Nella fattispecie i tifosi, architrave del sistema. 

Nessuno sembra più capace di vendere i sogni, materia prima di questo bellissimo sport. Anche a livello di club si assiste al succedersi di presidenze e dirigenze opache, inadeguate a trainare una passione che si sta inaridendo ma che, nonostante tutto, continua a sopravvivere. 

I giovani, dove sono finiti? Evaporati dagli spalti, dove l’età media degli spettatori non fa che salire. Come è vecchio il manico, altrettanto lo sta diventando il pubblico. Per tornare ad attrarre i giovani, sui quali si dovrebbe costruire il futuro, occorrerebbe uno scatto di fantasia che nessuno pare in grado oggi di produrre.  

La gestione strascicata di un derelitto presente potrebbero seppellire anche gli ultimi ardori. Non è questo il calcio che vorremmo. Prigioniero dei suoi errori e delle sue stanche abitudini.  

Bertolt Brecht ha detto: “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Così non sembra essere per il pianeta calcio italiano, che di eroi ha sempre avuto un’assoluta necessità.

Club ben amministrati, inseriti all’interno di un sistema regolato da interessi generali, non avrebbero bisogno per risolvere i loro problemi vivere nell’attesa del solito cavaliere bianco. Quello che ogni tifoseria confida di vedersi paracadutare da chissà dove quando arrivano i tempi cupi che potrebbero prima o poi toccare a tutti.

Servirebbe ben altro, al pianeta calcio italiano, per fare a meno di eroi. Occorrerebbero personaggi  con il carisma, abili a manovrare il timone di una navicella che non sa più prendere il largo e continua a navigare in acque limacciose.

Sergio Mutolo

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