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Fermarsi ogni tanto a riflettere sulle cose per le quali vale la pena di vivere. Guardarsi intorno alla ricerca di appigli che aiutino a fare meglio il proprio mestiere. Interrogarsi sulle ragioni che rendono ancora il calcio una magia. Trovare che ci sono ragionevoli motivi per provare a raccontarlo come passione condivisa e condivisibile. 

Tutte le volte che ci assale la tristezza, cosa che capita sovente in tempi opachi come questi, bisognerebbe sapersi isolare. E riflettere su ciò che ci tiene ancorati, nonostante tutto, a un mondo sempre più ostile. Un po’ quanto accade in “Manhattan”, poema d’amore che Woody Allen dedicò a New York nel 1979 girandolo in un sublime bianco e nero sull’onda delle musiche di Gershwin.

In una scena indimenticabile il protagonista (lo stesso Allen), mollemente sdraiato su un divano, ripassa a voce alta le cose per le quali vale la pena di vivere. Il vecchio Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento della sinfonia Jupiter, Louis Armstrong, l’incisione Potato Head Blues, i film svedesi, L’educazione sentimentale di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, le incredibili mele e pere dipinte da Cézanne, i granchi da Sam Wo e…il viso di Tracy.

Un esercizio al quale tutti dovrebbero, ogni tanto, lasciarsi andare. Ciascuno potrà elaborare la sua lista. Persone, oggetti, luoghi, musiche, eventi, ricordi anche vaghi. Il buon Woody, in Manhattan, mette in fila le sue perle. La più inattesa, in mezzo a tanti inarrivabili miti, è il viso di Tracy (sua giovane musa nel film, interpretata dalla splendida Mariel Hemingway).

Lo stesso si dovrebbe fare anche per il calcio, quando si passano molte ore della propria vita a osservarlo per poi raccontare le emozioni che ci suscita dentro. Come in “Manhattan”, si dovrebbe di tanto in tanto elaborare un elenco delle ragioni che ci rendono ancora godibile questo sport bellissimo. Anche per giustificare il tempo trascorso a scriverne.

Più gli anni passano, e più la lista diventa scarna. Del calcio moderno c’è davvero ben poco da salvare. Il rischio, in questi casi, è ripiegarsi pericolosamente sul passato. Un errore fatale, che può rendere deludente il presente e aspro il futuro.

Nel mio caso una delle ancore di salvezza sono diventati i tifosi dell’Hellas, i fantastici “butei”. Ho adorato raccontarne lo straordinario legame affettivo che li unisce alle maglie gialloblù, quando li ho potuti seguire per conto di Calciopress nei quattro anni che trascorsero in serie C (nella foto, tifosi in trasferta quando il Verona giocava in serie C). Per questo mi piace, forse troppo spesso, condividere le sensazioni che mi ispirano con i veri innamorati del calcio.

Quando il Verona retrocesse in terza serie, dopo 64 anni vissuti in tutto un altro pianeta, lessi in uno dei loro siti una frase che mi colpì per la sua crudezza. “La serie C non è la semplice periferia del calcio, ne è il triste e famigerato sobborgo. Una forma di isolamento culturale. Non è il purgatorio in attesa di una redenzione. E’ la condanna all’inferno”.

Lo stile con cui hanno saputo attraversare questa parentesi amara della “grande storia del club”, mirabilmente sintetizzata da una definizione della categoria in cui si sono trovati a giocare che non potrebbe essere più dura e cattiva, fa grande onore ai “butei”.

Una tifoseria speciale. La conferma che il cuore non è un cacciatore solitario, quando sa abbandonarsi alla voglia di condividere la stessa incredibile passione con tanti altri cuori. Fino a farli pulsare, all’unisono, sulle tribune di uno stadio. Per inseguire la magia del calcio. Per continuare a raccontarne, sempre e comunque, le storie che lo hanno reso l’icona globale che è diventato.

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