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Il 3 giugno 2016, un venerdì qualsiasi di una settimana qualsiasi, la Viterbese (appena promossa in Serie C) giocò a Firenze la partita di semifinale della Poule scudetto di Serie D. Affrontò il Bellinzago, allo stadio Bozzi. Lo travolse con il risultato di 6-1. Nella finale il club gialloblù, guidato allora dal presidente Piero Camilli, si aggiudicò il titolo battendo il Piacenza allo Stadio dei Pini di Viareggio. Questo è il ricordo di quel giorno. Scritto di getto appena rientrato a casa dopo aver rivisto giocare dal vivo, a distanza di molti anni,  le “mie” maglie gialloblù. Quelle che mi porto nel cuore da una vita.

È accaduto ancora. La vita del tifoso è appesa al fil rouge della squadra del cuore. I suoi colori gli restano attaccati addosso, sempre e comunque. Un amore puro, inseparabile compagno di viaggio di intere esistenze più o meno brevi e precarie. Un amore profondo, che riemerge inesorabile ogni volta che solo si alluda al colore delle maglie. Figurarsi quando si prova l’emozione di vederle sbucare dal tunnel di uno spogliatoio, schierate a centrocampo belle come un arcobaleno. Ciò che ha fatto grande il calcio, e lo ha reso lo sport più amato e diffuso del mondo, è l’anima che lo incarna. E l’anima del calcio sono i suoi tifosi.

È accaduto ancora. Stavolta in un piccolo stadio alla periferia di Firenze. Dopo dieci anni la buena suerte concede all’inossidabile tifoso il grande privilegio di veder giocare dal vivo “quelle maglie gialloblù”, praticamente dietro l’angolo di casa. La squadra ha attraversato anni difficili e oscuri. Sta rialzando la testa, grazie a un presidente che vale. Il sostegno è chiassoso e colorato. Le emozioni tracimano. Il cuore si riscalda. Un banale venerdì pomeriggio si trasformerà in una data cerchiata di rosso.

È accaduto ancora. Un evento inatteso e inaspettato. Un mezzo miracolo visto che il tempo scorre inesorabile e le occasioni gioiose si assottigliano, in un calcio sempre più alla deriva. E invece ecco ancora “quelle maglie gialloblù” destinate a includere il tifoso nella “grande storia del club”.

È accaduto ancora. Continuerà ad accadere, sempre e per sempre. La passione è la forza trainante del calcio. Senza i tifosi, senza il loro impagabile amore per le maglie, il mondo pallonaro verrebbe giù come un castello di carte. Lo squallido business del terzo millennio non riuscirà mai a cancellare l’ineguagliabile carica emotiva di uno sport che rimarrà bellissimo e magico. A dispetto di chi fa di tutto per rovinarlo.

“Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di se stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere. È un segno, un segno che ognuno riceve una volta per sempre, una sorta di investitura che ti accompagna per tutta la vita, un simbolo forte che si radica dentro di te, insieme con la tua innocenza, tra fantasia, sogno e gioco” (Giovanni Raboni)

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