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Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti”.

Lo ha scritto Bernardo di Chartres. Un concetto che attiene all’idea di cultura in senso lato, e che vale per uno sport di riconosciuta valenza sociale qual è il calcio, come frutto della continua costruzione di uomini e donne lungimiranti. Pur se nani rispetto ai grandi del passato, gli umani sono cresciuti perché li hanno sopravanzati. Sono riusciti a progredire sulla scia di quanto di buono fatto in precedenza.

L’imminente passaggio al professionismo di un movimento, come quello femminile, già gravato da numerose criticità >>> “Professionismo, la Serie A Femminile ha troppe criticità?” e appena uscito da una pandemia che (forse) solo ora sta mollando la presa, poggia sulle radici che ne hanno alimentano la “grande storia”. Solo facendo riaffiorare queste radici, la temibile sfida del futuro potrà essere affrontata a viso aperto.

Se è vero che anche le notti più buie a un certo punto finiscono, è vero anche che hanno bisogno di sogni visionari. Immaginare il futuro della Serie A Femminile con un occhio rivolto al passato, permetterà di affrontare un presente che appare ancora molto precario.

Per progredire il mondo pallonaro in rosa deve saper salire sulle spalle dei giganti, consapevole di essere un nano. Senza mettere in campo la cultura e la resilienza che sono alimentate dall’umiltà, la Divisione Calcio Femminile guidata da Ludovica Mantovani potrebbe non farcela ad andare tanto lontano. Anzi, potrebbe finire per non andare da nessuna parte.

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