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Non siamo nati ieri. Tutti sappiamo che il gioco del calcio non è solo un gioco, ma è anche un’azienda. E però è un’azienda del tutto particolare. Il suo traino sono i tifosi, la loro passione, il loro attaccamento alle maglie. Come tale, dunque, andrebbe programmata e gestita.

In questo senso la dichiarazione a Kiss Kiss Radio Tv della ct della Nazionale Femminile, Milena Bertolini ➡️ LEGGI QUI ha lasciato di stucco molti addetti ai lavori. E non solo.

Bene ha fatto a replicare il presidente del Napoli, Raffaelle Carlino, incautamente messo nel mezzo e per di più a casa sua. Il suo intervento molto articolato ➡️ LEGGI QUI dovrebbe aprire un ampio dibattito sul futuro della Serie A Femminile, che si avvia (faticosamente) verso il professionismo in una fase molto critica del sistema calcio italiano.

Certi punti di vista iperaziendalisti sono talora controproducenti, assimilabili a boomerang. Potrebbero allontanare in modo definitivo dal pianeta calcio femminile figure che ne hanno fatto la storia, che continuano a dare il loro prezioso contributo al difficile passaggio del guado cui si appresta la massima serie nazionale femminile.

È già successo, molto di recente, con la Florentia San Gimignano. Il club neroverde ha gettato la spugna, dopo aver scritto una delle più belle storie del calcio italiano. E, forse, anche europeo.

Per il momento ci focalizziamo su una sola delle molteplici riflessioni di Raffaele Carlino: “Il presidente di tanti presidenti, avendo dato vita ad un club sostenuto da un azionariato diffuso che annovera tra le sue fila ben 20 presidenti di aziende che rappresentano delle vere e proprie eccellenze sul territorio partenopeo. Tutti innamorati del calcio femminile e di Napoli. Tutti uniti per provare a portare il club ai vertici della Serie A, lì dove Napoli merita di stare. Per passione e senza alcuno scopo di lucro, perché portiamo avanti i valori di una volta, quelli che  il Napoli Femminile esalta dal lontano 2004.

Mettere in discussione questo modello di calcio che ha un’anima, definire certi presidenti della A maschile ‘mentalmente aperti’ e appiattirsi su un modello che sta andando in malora, minimizzare di conseguenza la meritoria attività svolta da altri che la pensano diversamente sul territorio (che del calcio è la linfa). Davvero è questa la strada giusta da percorrere? Qualcuno, nella stanza dei bottoni, potrebbe cortesemente spiegare perchè le cose dovrebbero e dovranno per forza andare in questa direzione?

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