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   C’è stato un tempo in cui il pianeta calcio sembrava immune da ogni contaminazione. Le partite si giocavano tutte di domenica. Iniziavano alla stessa ora. Le televisioni a pagamento non esistevano. I programmi dedicati al calcio erano (in genere) sobri, condotti con stile. Faceva eccezione qualche tv locale, che sgomitava per trovare spazio. Aldo Biscardi, con il suo “Processo” urlato, era una voce (quasi) fuori dal coro.

   C’è stato un tempo in cui abbiamo creduto che il calcio non sarebbe mai cambiato, un po’ come la Settimana Enigmistica. Sfogliandolo con la memoria avremmo continuato a ritrovare ciò che cercavamo, sempre alla solita pagina. C’erano fasi opache, ovviamente. Il calcio era (è) imperfetto come la vita, di cui è una metafora. Però tutto tornava poi al suo posto, quasi per magia.

   C’è stato un tempo i cui il calcio era lo sport nazional-popolare per eccellenza, il fedele compagno di viaggio degli italiani negli anni difficili della crescita economica di un Paese uscito a pezzi dalla guerra. Un’Italia mai doma, capace di eccellere in tutti i campi. Negli anni ’80 la nostra serie A primeggiava in Europa e nel mondo, grazie a personaggi che ormai fanno parte della storia.

   C’è stato un tempo in cui credevamo nel futuro. Il calcio, nella sua immutabilità, era il nostro fedele compagno di viaggio. Certo, il business avrebbe tentato di inzupparci il biscotto. Ma gli anticorpi di cui si era dotato avrebbero saputo respingere attacchi troppo intrusivi. Una pia illusione.

   La memoria storica di ciò che si è stati e di ciò che si è riusciti a diventare è la linfa delle nostre radici. Le esperienze e gli insegnamenti del passato dovrebbero essere (saranno?) la guida per affrontare il presente, per proiettarci con resilienza verso il domani. Il futuro è oggi, è qui e ora. La storia siamo noi. Sta solo a noi cambiarla, per non essere costretti a subirla.

Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta
(Paul Valéry, ‘Regards sur le monde actuel’, 1931).
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