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Con l’eccezione virtuosa di pochi e fortunati bacini, che resistono in virtù del senso di appartenenza consolidato nel tempo, i tifosi da stadio rientrano ormai nel contesto delle specie in via di estinzione.

È stata (dolosamente?) creata una razza geneticamente modificata, quella dei teleutenti da salotto, che nulla ha a che vedere con la partita vissuta dal vivo ai margini di un prato verde.

Se il calcio è diventato quello che è lo si deve alla sua natura nazional-popolare, alla sua trasversalità sociale. Se questo sport è bellissimo, ciò è legato alla partecipazione in presenza della gente. Se si voleva snaturare il calcio, l’obiettivo è stato centrato in pieno.

Il flop sistemico indotto dalla pandemia, con la crisi economica destruente che lascia in eredità, decimerà a breve scadenza il numero dei club che possono garantirsi un futuro sostenibile. Allontanerà dal mondo pallonaro le poche società virtuose che ancora resistono sulle barricate.

Senza contare che molti club, specie in alcune categorie del panorama professionistico italiano (leggi in particolare alla voce serie C), sono in balia di avventurieri di ogni specie con annesso codazzo di millantatori, nani e ballerine.

In questo pianeta sempre più proiettato verso un’orbita kafkiana, l’unica certezza rimasta sono i tifosi. Un appiglio sempre più precario, considerata la difficoltà di adeguarsi a dinamiche che li stanno trasformando in canne al vento. Il disincanto e l’indifferenza potrebbero assumere dimensioni esiziali.

Un cambiamento epocale del sistema calcio, ormai ineludibile, non può che ripartire dalle fondamenta. I tifosi, che sono i pilastri del mondo pallonaro, vanno coinvolti in qualsiasi progetto di riforma di un movimento che è marcito. Ne rappresentano il lato etico. Sono la sola ancora di salvezza alla quale attaccarsi, per sperare in un futuro sostenibile.

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