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Sergio Mutolo

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Pleasantville è un film americano del 1998, diretto da Gary Ross, che forse in molti non conoscono. Fa riflettere, in modo leggero e insieme profondo, sugli opposti che governano il mondo. Conservazione e progresso, immobilità e divenire, scelta tra il non essere che è indolore e l’essere che è capace di emozionare. Con interessanti divagazioni sulla nascita dell’intolleranza, nelle sue varie forme.

La Pleasantville del film è una cittadina immaginaria del 1958, creata per esigenze televisive, dentro la quale si svolge una soap opera di gran successo negli anni ’90 del secolo scorso. Una sorta di paradiso, però in bianco e nero. Un luogo fatato, dove non accade mai nulla di brutto o di stravolgente. Tutto è pilotato per essere piacevole e senza sorprese. Le strade non arrivano da nessuna parte, non piove mai, le gare si svolgono senza vincitori e vinti, i libri hanno solo pagine bianche, l’arte non esiste per non creare turbamenti, gli adolescenti ci sono ma il sesso no.

Ecco però che due ragazzi americani di quel periodo lontano (fratello e sorella) attraversano lo schermo televisivo per entrare in questo luogo immaginario, riuscendo a far parte di quella soap seguita puntata dopo puntata e conosciuta a menadito. Il loro arrivo porta il vento del cambiamento, tanto che a Pleasantville cominciano ad apparire tocchi di colore (un’auto gialla, una ciliegia o una rosa rossa, occhi castani, labbra rosa) che rappresentano altrettanti segni di trasgressione dei suoi (fino ad allora) immobili abitanti.

Ne nasceranno conflitti e anche violenza. Ma la forza della vita reale renderà umano e autentico quello che era ridotto a un opaco Paese dei balocchi, ingabbiato nel suo tetro bianco e nero. I due protagonisti torneranno nel loro tempo consapevoli che il conformismo può essere letale e che la nostalgia è sempre canaglia.

Il Covid-19 ha purtroppo reso il calcio simile alla cittadina di cartapesta nella quale si svolge la soap del film. Lo ha ridotto a un triste spettacolo in bianco e nero. Senza il tifo e la vociante rumorosità che il tifo si porta dietro, pur ridimensionabile in termini numerici, questo sport bellissimo non riuscirà a resistere più di tanto.

Protrarre troppo oltre questa situazione, che il destino ci ha scaricato addosso, sarebbe esiziale per il futuro del sistema calcio femminile. Un mondo che ha bisogno come il pane di attrarre gente. Per continuare a credere in se stesso, nel suo futuro e in una crescita che stava prendendo forma. Diversamente, questo tipo di eventi sportivi perde il suo senso.

Bisogna trovare una qualche soluzione alle partite a porte chiuse, ovviamente nel pieno rispetto delle norme e dell’andamento della curva epidemiologica. Il calcio senza tifosi, cessa di essere calcio. A meno che non si intenda costruire, anche in Italia, una sorta di Pleasantville in versione pallonara. Un’assurda mistificazione della vita e dello spettacolo che il football rappresenta. Allora, sarebbe quasi meglio tirare giù il bandone e rimandare tutto a tempi migliori.

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