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Quella dei tifosi di calcio era una specie in via di estinzione ben prima del lockdown. Era già stata creata una razza geneticamente modificata. I teleutenti da salotto, inchiodati davanti a ogni possibile device a vedere distrattamente partite virtuali, spesso su schermi (quelli dei telefonini) decisamente improbabili per dare un senso alle cose che si stanno osservando. Come la mettiamo con la natura nazional-popolare di uno sport diventato bellissimo proprio grazie a stadi colorati e alla partecipazione dal vivo della gente?

A questo quadro di fondo, nell’ambito del calcio femminile, si è progressivamente aggiunta una serie di criticità economiche e organizzative legate alla scarsa partecipazione del movimento a risorse capaci di renderlo sostenibile a prescindere dal mecenate di turno. Salvo rassegnarsi al ruolo di clone sbiadito dei club della serie A.

Il rischio, se non interverranno fatti nuovi, è un flop sistemico che potrebbe coinvolgere a breve scadenza le poche società autonome e virtuose che ancora cercano di resistere sulle barricate.

Il calcio femminile, salvo sprazzi contingenti come il Mondiale di Francia al quale ci si attacca ciclicamente per sedare gli attacchi ansiogeni, è una categoria oggettivamente sprovvista di visibilità a livello mediatico.

Questo pianeta dal sapore vagamente kafkiano si appresta a dare il via alle attività agonistiche del calcio professionistico italiano in una data improbabile, soffocata dal torpore ferragostano che nonostante tutto attanaglia ancora l’Italia.

Il compito degli addetti ai lavori sarebbe (è) informare sullo stato delle cose, per consentire un cambiamento epocale del movimento che non può che partire dalle fondamenta.

Im questa prospettiva i tifosi vanno sempre e comunque coinvolti. Sono il lato etico del calcio. Rimangono la sola ancora di salvezza alla quale attaccarsi per sperare in un futuro sostenibile.

In un momento di grave crisi economica il calcio femminile, per crescere e per sopravvivere a certi livelli, non ha bisogno di eroi ma di un vero radicamento sul territorio. Si deve puntare su risorse economiche e umane che contribuiscano a incardinarlo nelle strutture sociali del contesto. Al di là di ogni questione di genere.

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