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Sergio Mutolo

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In Italia il calcio riesce ogni volta a risorgere dalle sue ceneri, come l’Araba Fenice. Nonostante la disaffezione dei tifosi che alla lunga hanno smesso di riempire gli stadi, a causa di pay tv sempre più intrusive e castranti, rimane ancora lo sport più seguito e amato dagli italiani. Una stella polare che riempire palinsesti e cronaca a livello massmediatico.

Provare a spiegare il successo di questo sport significa riuscire a penetrare il rapporto speciale che lega il tifoso al calcio e, in particolare, alla squadra del cuore.

Il calcio femminile non sfugge a questo dilemma. I tifosi iniziano a legarsi ai colori dei club in rosa e alle giocatrici che scendono in campo con una passione ancora incontaminata, considerato il loro status di dilettanti.

Perché ogni volta si torna a essere catturati dalla magia del football, nonostante? Anche in epoca di Covid-19 e con gli stadi serrati al pubblico, il tifoso è trascinato dalla spinta irrefrenabile di andare a vedere cosa stanno combinando sul campo le maglie che da una vita si porta dentro.

Rimane un’impresa (quasi) titanica instradare chi è estraneo a questa consapevole follia nel fil rouge che tiene legati tanti milioni di appassionati a uno sport ritenuto ormai contaminato dal business (oltre che, ciclicamente, travolto dagli scandali più atroci).  

Occorrono prolisse tavole rotonde, analisi socio-esistenziali complesse o cos’altro? Non crediamo proprio. Il fatto che il calcio venga dato ogni anno per spacciato eppure sopravviva miracolosamente ai suoi stessi madornali errori, ha una ragione molto semplice. L’amore, probabilmente. Perché, come diceva Virgilio, omnia vincit amor.

“Una volta alla settimana il tifoso fugge dalla sua casa e va allo stadio. Quando la partita si conclude il sole se ne va e se ne va anche il tifoso. Scende l’ombra sullo stadio che si svuota. Il tifoso si allontana, si sparpaglia, si perde, e la domenica è malinconica come un mercoledì delle ceneri dopo la morte del carnevale” (Splendori e miserie del gioco del calcio, Eduardo Galeano)  

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