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Sergio Mutolo

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È di questi giorni la notizia che la Serie A maschile versa in una crisi economica di carattere strutturale. L’emergenza coronavirus, lo svuotamento degli stadi e le problematiche legate all’incasso dei diritti televisivi mettono in forte crisi la stessa sopravvivenza della massima serie nazionale.

Il rischio di precipitare nel caos incombe su molti club gravati da situazioni debitorie che sembrano quasi irreversibili, impossibilitati a fronteggiare investimenti dissennati in quanto privi di coperture concrete.

Si tratta di società che hanno puntato la propria sostenibilità sugli introiti televisivi. Il fatto è che le pay tv non sembrano più in grado di assolvere gli impegni contrattuali assunti. Di sicuro, non nei termini previsti dall’era pre-covid.

La parola d’ordine, allora, è una sola. Come di norma avviene per tutte le aziende in crisi serve una “ristrutturazione” che può comportare scelte durissime. Tagliare. Risparmiare. Ridurre drasticamente i costi. Diminuire i budget di spesa. Investire solo alla luce di entrate certe. Darsi limiti rigorosi. Essere pronti a retrocedere, se necessario, per riportare i bilanci in pareggio.

Il fatto è che il calcio non è un servizio pubblico (come lo sono Sanità, Scuola, Trasporti, etc.). Non può continuare a vivere in perdita né a contare sugli aiuti dello Stato. Specie di fronte a spese folli che sono un vero e proprio insulto alla miseria, che si diffonderà a macchia d’olio sulle macerie lasciate dall’epidemia. Può e deve fallire. Come sono fallite, ovunque, imprese decotte ed improduttive.

Se ai massimi livelli del calcio maschile in Italia siamo quasi alla frutta, come potrà avvenire il passaggio al professionismo dei club di serie A femminile? In questo caso la ristrutturazione, all’atto dell’entrata formale e sostanziale nella nuova era, dovrà essere ancora più meditato e congruo.

La strada da seguire sarà una sola. Tortuosa e difficile. E però l’unica in fondo alla quale si trova la possibilità di resistere senza rischiare di essere una meteora. Una strada che comprende alcune tappe, tante (troppe?) volte suggerite e mai messe in atto.

  • Potenziamento ai massimi livelli dei settori giovanili per la scoperta e la valorizzazione di giovani talenti.
  • Riorganizzazione delle strutture operative e logistiche in funzione di una strategia che punti sui giovani, allo scopo di creare vivai da cui la prima squadra possa costantemente attingere e che divengano la principale fonte di autofinanziamento delle società.
  • Attivazione di iniziative promozionali dirette ad incrementare il numero di presenze allo stadio, grazie al contributo di sponsor disposti a mettere a disposizione di un pubblico giovane tagliandi d’ingresso a prezzi speciali.
  • Coinvolgimento delle istituzioni locali (Comune, Regione, Fondazioni Bancarie, Associazioni Industriali, etc.) in grado di fornire i supporti necessari alla realizzazione di questo complesso di iniziative, le sole in grado di assicurare continuità a progetti duraturi.
  • Costituzione di società forti, organizzate, e motivate nei cui C.d.A. trovino posto elementi di spicco dell’imprenditoria locale, mettendo definitivamente al bando imprenditori senza scrupoli che hanno portato nobili città alla rovina calcistica nell’ambito maschile.
  • Allargamento dell’azionariato ai tifosi, che sono i primi sostenitori della squadra cittadina e vanno coinvolti nella gestione del club.

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