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Nei mezzi di comunicazione di massa più influenti le notizie sono ridotte ai minimi termini. Stiamo parlando del campionato di Serie A Femminile, partito il 22 agosto 2020 nella sostanziale indifferenza dei media nazionali. L’informazione è affidata ai rari siti online dedicati. Troppo poco in termini prospettici

Accade così che il movimento, sempre più vicino alla transizione verso il professionismo, non riesca ancora a trovare il suo spazio nell’immaginario collettivo. Rimane un prodotto di nicchia. A dispetto della sua valenza tecnica e organizzativa, che è di tutto rispetto.

Complice anche la pandemia, tutto il mondo pallonaro è sempre più simile a una barca che naviga in mare aperto con le vele rotte. Per la massima serie nazionale femminile, il rischio più che incombente è quello di continuare a essere un mero sottoprodotto del corrispettivo maschile.

Servirà molta inventiva, condita da quel filo di follia che occorre sempre mettere in campo quando si punta a obiettivi complicati, per trainare la Serie A Femminile verso un status di tipo professionistico che non sia solo di facciata.

Gli addetti ai lavori dovranno avviare in tempo utile, anzi da subito, progetti e iniziative conformi a una svolta epocale per il movimento calcistico italiano. Soprattutto, dovranno porsi interrogativi corretti per dare soluzione alle molteplici criticità da affrontare e risolvere.

Perché il modo più semplice, efficace e (quasi) infallibile per trovare buone risposte è proprio quello di porsi buone domande. O no?

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