Il mondo pallonaro è in crisi economica e di valori: va recuperata l’etica del calcio-impresa

Ormai si parla di calcio-impresa. Non più e non solo sport, dunque, ma attività imprenditoriale per fornire un servizio ai clienti-tifosi. Addio ai presidenti padroni o ricchi scemi, ai giocatori simbolo, ai soldi buttati via solo per amore incondizionato verso la maglia. Porte aperte a imprenditori disponibili al conseguimento di obiettivi compatibili e molto attenti alla solidità dei bilanci.

Quando nel 2002 Diego Della Valle fu accolto a Firenze come il salvatore della patria in quanto capace di far ripartire la squadra viola dalla C2, dichiarò all’atto del suo insediamento: “Le uniche vere aziende pubbliche sono le società di calcio perché, come e quanto nessun’altra, appartengono alla gente”.

Il calcio è, in altri termini, un’impresa anomala. Perché una squadra è la bandiera della sua città e ad essa appartiene. Le istituzioni se ne dovrebbero fare carico, per tutelarla al pari di tutti gli altri beni pubblici.

Moltissimi anni fa il Corriere della Sera pubblicò un articolo del sociologo Francesco Alberoni in cui si sosteneva come il capitalismo fosse alle corde per aver perduto la base etica. Molti manager avevano falsificato bilanci, tradito la fiducia degli azionisti e usato il potere di cui disponevano per arricchirsi a scapito della crescita della società che dirigevano. Un vero e proprio tradimento delle regole etiche dell’imprenditoria, che sono severe: non agire in modo fraudolento, non stringere patti segreti, non alterare la concorrenza e il mercato, non cambiare le regole del gioco, mantenere la parola data e garantire al consumatore la qualità del prodotto.

Partendo dal presupposto che il calcio è un’impresa particolare e che, dunque, una squadra di calcio potrebbe essere l’azienda pubblica per eccellenza (la c.d. “public company” secondo il modello anglosassone) sembra ovvio concludere che l’impresa-calcio si dovrebbe muovere secondo regole rigorosamente etiche.

Queste regole sono state ripetutamente tradite da quanti reggono le sorti del calcio nazionale. Costoro non solo non si sono adoperati per far crescere l’istituzione che dirigono, ma hanno portato in perdita l’azienda calcio quasi ovunque. Hanno, perciò, violato il contratto con i clienti-tifosi.

Le squadre, soprattutto nelle serie minori, continuano a impoverirsi fino a sparire. Le città sono vilipese. Sempre più bandiere vengono ammainate. Ci sarebbe davvero bisogno di una ventata d’aria pulita, di una gestione meno autoreferenziale. Sarebbe oltretutto doveroso nei confronti delle generazioni che verranno (nella foto). Ma i soliti noti che da lustri occupano le stanze dei bottoni, sono proprio sicuri di conoscere il significato della parola etica?

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