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Sergio Mutolo

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La pandemia ci tiene sotto scacco. Ma c’è stato un tempo in cui anche nel calcio si guardava sempre e solo avanti. Finiti i campionati, i presidenti iniziavano a programmare la nuova stagione. I tifosi si concentravano sulla campagna acquisti e vendite, così si chiamava. I giornali si occupavano solo di calcio giocato. Il gossip ancora non tracimava. I giocatori facevano i giocatori, di rado si guadagnavano le prime pagine per vicende non strettamente calcistiche. Gli allenatori erano più ruspanti, non personaggi da rotocalco lontani mille miglia dal prototipo di un uomo di sport.

Si guardava avanti con ottimismo. Il pianeta calcio sembrava immune dalle contaminazioni di un contesto talora aspro da affrontare. Le partite si giocavano di domenica e iniziavano tutte alla stessa ora. Le televisioni a pagamento non esistevano. I programmi dedicati al calcio erano sobri e condotti con stile conforme alla materia trattata. Faceva eccezione qualche tv locale, che sgomitava per crearsi la propria nicchia. Aldo Biscardi, con il suo “Processo” urlato, era una voce quasi fuori del coro. Uno stereotipo che ha fatto la sua fortuna, piacevole se preso con il contagocce.

C’è stato un tempo in cui abbiamo creduto che il calcio non sarebbe mai cambiato, un po’ come la gloriosa Settimana Enigmistica. Ci siamo illusi che sarebbe potuto rimanere sempre uguale a se stesso. Sfogliandolo con la memoria avremmo continuato a ritrovare quello che cercavamo, nella solita pagina. Ogni tanto qualche vicenda oscura si faceva largo, perchè il calcio era imperfetto come la vita. Poi tutto sembrava tornare al suo posto, come per magia.

Si guardava avanti con serenità. Eravamo tutti intrappolati nella magia del calcio. Lo sport nazional-popolare per eccellenza, il nostro fedele compagno di viaggio negli anni difficili della crescita economica di un paese uscito a pezzi dalla guerra. Un’Italia frustrata ma non doma, capace di eccellere e rivalersi in tutti i campi. Anche nel calcio, certo. Nei favolosi anni ’80 primeggiava in Europa e nel mondo, grazie a personaggi che fanno parte della nostra storia.

C’è stato un tempo in cui credevamo (ancora) nel futuro. Utilizzavamo il presente come volano per rendere migliori uomini e cose. Eravamo certi che il calcio, rimanendo sempre uguale a se stesso, avrebbe continuato a essere il nostro compagno di viaggio. Temevamo che il business avrebbe tentato di impadronirsene, ma gli anticorpi di cui si era dotato avrebbero saputo respingere attacchi troppo intrusivi. Questo pensavamo.

Si guardava avanti con spavalderia. La memoria storica di ciò che si è stati e si è riusciti a essere ci aiutava a conservare le nostre radici. Le esperienze e gli insegnamenti del passato dovrebbero essere la guida per affrontare il presente e proiettarci con animo sereno verso il domani.

Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta”. Lo ha scritto, nel 1931, Paul Valéry (“Regards sur le monde acque”). Sono passati quasi novanta anni. Eccoci ancora qui a ripeterlo. La vita è fatta di corsi e ricorsi.

È la prova che, per il calcio e non solo, il domani tornerà a essere guardato con ottimismo solo se sapremo gestire le metamorfosi che il futuro comporta. Il futuro è oggi. La storia siamo noi. Sta solo a noi cambiarla, per non subirla.

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