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La transizione verso lo status di tipo professionistico della Serie A Femminile è ormai un dato di fatto. La ristrettezza dei tempi di attuazione costituisce, tuttavia, un significativo fattore di criticità. Così pure la carenza, almeno allo stato delle cose, di coerenti linee guida istituzionali.

L’approssimarsi di un appuntamento tanto cruciale insinua ragionevoli dubbi fra gli addetti ai lavori, quanto meno tra i pochi che si occupano in modo non superficiale delle problematiche connesse a questa ipotesi di crescita del movimento.

La coesistenza nel sistema di un’anima (che di fatto era già) professionistica rappresentata da club cloni del corrispettivo maschile e di un’anima dilettantistica che ha fatto la storia del movimento femminile (sempre meno rappresentata nella massima categoria nazionale), consente una breve riflessione sulla rilevanza che rivestirà il capitale umano in questa fase di transizione ⏩ QUI.

L’anima dilettantistica del movimento femminile possiede – non fosse altro che per motivi storici –  capacità, competenze, conoscenze, abilità professionali e relazionali non facilmente sostituibili. Un patrimonio imponente, tale da determinare il risultato finale di qualsiasi progetto.

Anche se non possono essere misurate con metodologia scientifica le componenti del capitale umano dei club in cui prevale (prevaleva?) l’anima dilettantistica del movimento hanno a che vedere con la qualità delle prestazioni. Concorrono a qualificarne le potenzialità. Ne influenzano i risultati a medio-lungo termine.

Questo capitale umano è, in assoluto, qualcosa che non dovrebbe andare disperso. Un plusvalore che andrebbe gelosamente custodito, se si vuole davvero assicurare stabilità e sostenibilità al professionismo in fieri. Un fattore da tenere in debito conto, nel difficile percorso di attraversamento del guado al quale si appresta la Serie A Femminile.

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