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La sconfitta incassata a Palermo, per mano della modestissima Macedonia del Nord, estromette per la seconda volta consecutiva dal Mondiale una Nazionale priva del benchè minimo senso identitario.

Non era mai accaduto nella storia del mondo pallonaro italiano. È la certificazione dello sfascio di un sistema che non riesce più a stare in piedi con le proprie gambe. Accade in un periodo di crisi profonda, in cui ben altre emergenze colpiscono al cuore la comunità internazionale. Ma resta quello che è. La fine di un’epoca.

Vorremmo condividere un articolo pubblicato il 20 luglio 2018, all’indomani della esclusione dal Mondiale. Potrebbe essere stato scritto stamattina. Perché, in Italia, tutto cambia perché nulla cambi 👉🏿  “Calcio italiano: triste, solitario y fynal”.

(Sergio Mutolo)

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Il calcio si è avvitato su se stesso da troppo tempo, per pensare che si possa venir fuori dal pastrocchio in cui è stato trasformato. Il sistema ha finito per imboccare una strada che lo sta portando sull’orlo del precipizio.

A nulla sono valsi gli ammonimenti, liquidati come profezie sinistre della Cassandra di turno. Si è scelto di fare come le tre scimmiette (“io non vedo, io non parlo, io non sento”) e tirare dritti verso l’inevitabile deriva.

Nessuno sembra avere il coraggio di assumersi la responsabilità di questo sfascio. Non i vertici federali, incollati saldamente a poltrone che ballano nel vuoto. Non i club, i cui presidenti si riuniscono solo per parlare del modo in cui dividersi i diritti tv. Non i media, distratti dalla loro attenzione spasmodica verso squallidi gossip che li hanno progressivamente distolti dalle questioni di fondo. Non i tifosi, che hanno scelto la via del disincanto e della diserzione. Domina l’indifferenza, il peggiore di tutti i mali come scriveva Antonio Gramsci.

Il calcio naviga a vista. Non ha orizzonti verso i quali veleggiare. Procede per forza d’inerzia, come una boccia che rotola stancamente su se stessa. Per chi detiene le leve del potere l’importante è andare avanti. Ciò che conta è far finta di essere sani, come cantava Giorgio Gaber.

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