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Sabato 28 agosto è in programma la prima giornata. L’attesa è tiepida. Il calcio in rosa continua a restare un prodotto di nicchia, di fatto relegato ai margini dei canali mediatici nazionali.

Il passaggio al professionismo della massima serie femminile rappresenta un’occasione imperdibile per interrogarsi sul futuro dell’intero movimento, come pure su una duratura collocazione all’interno del sistema.

1.     Se la Serie A Femminile vuole costruirsi prospettive sostenibili nel tempo, dovrà innanzitutto contare su una solidità economica di base. In carenza, ogni ipotesi di futuro compatibile sembra destinata a infrangersi contro il muro delle occasioni perdute. Al momento, la questione appare ancora irrisolta. Di linee guida ispirate a un ‘timing’ concreto c’è solo una labile traccia.

2.     Sarà necessario che i dodici club iscritti si adoperino per riportare i tifosi, architrave su cui poggia tutto il movimento, al centro del sistema. Attivare procedure di fidelizzazione è cruciale. I tifosi rappresentano la vera continuità di questo sport bellissimo.

3.     Infine, il territorio. Vale a dire l’alimento di cui si nutre il calcio – a prescindere dal genere – per sopravvivere ai periodi bui. Senza profondi legami con il contesto, nessun guado potrà essere attraversato dal sistema calcio femminile. Nessuna “grande storia del club” potrà davvero essere scritta in versione esclusivamente rosa.

Il calcio è un importante fenomeno sociale. La sua forza sta nella trasversalità delle passioni che riesce a generare, a prescindere dal ceto di provenienza. La deriva del modello maschile è stata innescata dal business sfrenato che ne sta soffocando l’anima. Una Serie A Femminile senza una sua precisa identità e una sua specifica missione potrebbe non avere futuro.

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