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Da lustri il calcio maschile naviga a vista. Non riesce a delineare orizzonti verso i quali dirigere le vele. Procede per forza d’inerzia. L’unico obiettivo che sembra importare è andare avanti e far finta di essere sani, come cantava Giorgio Gaber.

Il calcio si è avvitato su se stesso in un modo così aggrovigliato che è difficile pensare di uscirne senza le ossa rotte. Un bel pastrocchio, ecco in che cosa è stato trasformato. Il sistema ha finito per imboccare una strada che lo sta portando sull’orlo del precipizio. La spallata finale potrebbe darla la pandemia, che scoperchierà il vaso di Pandora.

Gli ammonimenti, liquidati come profezie sinistre della Cassandra di turno, non sono serviti a nulla. Si è scelto di andare avanti, mimando le tre scimmiette (“io non vedo, io non parlo, io non sento”). Di tirare dritti verso l’inevitabile deriva.

Nel deserto culturale in cui è stato trasformato un sistema dove la regola è quella di non assumersi mai responsabilità personali e dare la colpa agli altri di tutto quanto accade, riponevamo una grande fiducia nel vento nuovo rappresentato dal calcio femminile.

Ieri è terminato il campionato di Serie A. Si è chiuso come si era aperto, certo anche per colpa del coronavirus. Dieci mesi di totale autoreferenzialità. Stadi vuoti e senza colori. Mesi e mesi a festeggiare senza pubblico, organizzando spettacoli destinati a pochi addetti ai lavori che potessero goderseli dal vivo e alle solite intrusive pay tv.

Qualcuno potrà pensare che le cose vadano bene così. Noi andiamo in direzione ostinata e contraria. Ci è sembrato tutto triste, solitario y final. Speriamo in un futuro migliore, proviamo a essere ottimisti. Ma occorrerà uno slancio di entità cosmica che, al momento, non riusciamo davvero a intuire nè immaginare.

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